Zcash torna a correre mentre Bitcoin rallenta: merito della privacy?
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Bitcoin è in leggero rosso dall’inizio dell’anno, un misero -1% che dimostra una certa apatia nei confronti della valuta digitale di Satoshi Nakamoto, in barba agli ETF.
Nel frattempo, Zcash ha messo a segno un 10X in un solo mese, un movimento che non si vedeva da anni e che non può essere liquidato come un sussulto speculativo.

La realtà è più semplice: il mercato sta finalmente aprendo gli occhi su un tema che abbiamo ignorato per troppo tempo, la privacy come componente fondamentale.
Zcash sembra Bitcoin, finché non guardi sotto il cofano
In superficie, Zcash è praticamente il fratello gemello di Bitcoin. Stessa offerta a 21 milioni, stessa impostazione Proof-of-Work, stessa narrativa da hard money.
È quando si scende a livello di protocollo che cambia tutto. Zcash integra nativamente gli zk-SNARKs, non come un accessorio da attivare su un layer aggiuntivo, ma come parte integrante dell’architettura.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quando l’utente vuole, le transazioni diventano completamente schermate. Mittente, destinatario e importo vengono occultati on-chain, come se il layer pubblico smettesse di esistere. Non è un trucco crittografico ma un modo diverso di intendere la trasparenza.
Il ritorno della privacy non è una moda ma una risposta al contesto
Oggi la privacy non è più una discussione teorica. È un’esigenza concreta. In Europa il framework normativo si sta inasprendo, negli Stati Uniti le tecnologie di anonimizzazione suscitano sempre più interesse, e a livello globale cresce la consapevolezza che i dati personali sono diventati una valuta a sé stante.
Il mercato se n’è accorto: le transazioni schermate stanno aumentando, e i wallet crypto hanno ricominciato a integrare Zcash. Persino figure di primo piano come Arthur Hayes la definiscono ormai come il “Bitcoin cifrato”.
Non è una narrativa costruita a tavolino. È una reazione spontanea a un ecosistema che tende verso un controllo più serrato, basta vedere quello che sta succedendo in Germania.
Zcash ha la tecnologia, ma si muove ancora come un progetto di retrovia
Poi c’è la parte meno romantica, quella che gli investitori preferiscono ignorare finché il prezzo sale. La tecnologia non basta. Zcash continua a soffrire limiti di distribuzione e accesso. È presente su pochi exchange rilevanti e nei circuiti istituzionali non viene considerata né oro digitale né infrastruttura finanziaria affidabile.
Il confronto con Bitcoin è impietoso: 8,5 miliardi di market cap contro 1,9 trilioni. Non è solo una questione di dimensioni, ma di riconoscimento. Zcash, in pratica, non è ancora percepita come parte dell’asset class dominante.
Eppure Bitcoin, agli inizi, era esattamente nella stessa posizione: nessuna custodia, nessuna liquidità, nessun quadro regolamentare. Nessuno lo considerava un asset “serio”.
Le chain ZK entrano nel loro momento storico
Questo nuovo ciclo sta dimostrando che l’infrastruttura ZK non è più un giocattolo accademico. Sta diventando la risposta tecnica a un mondo che pretende trasparenza totale da un lato e protezione dei dati dall’altro. La privacy non è il nemico della regolamentazione, è un elemento necessario in un contesto digitale maturo.
In questo scenario, Zcash può diventare importante. Non perché sia destinato a sostituire Bitcoin, ma perché rappresenta il primo vero test pratico su cosa significhi implementare la privacy senza dover passare da soluzioni di secondo livello.
Insomma, Zcash ha sempre avuto la tecnologia per giocare un ruolo più grande. Quello che le è mancato finora è stato il canale di distribuzione, l’accesso, la riconoscibilità.
Oggi, però, il ciclo sembra più favorevole di quanto lo sia mai stato negli ultimi dieci anni. E questo basta per tornare a pensare in grande.
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