Tasse crypto in Italia: anche le plusvalenze pre 2023 vanno pagate

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Ultimo aggiornamento: 
Disclaimer: le criptovalute sono una classe di asset ad alto rischio. Questo articolo è fornito a scopo informativo e non costituisce un consiglio di investimento. Potresti perdere tutto il tuo capitale.

La giustizia tributaria italiana aggiunge un altro capitolo a una saga che sembra aver assunto contorni kafkiani.

La Corte di Giustizia Tributaria di Bergamo ha stabilito che anche le plusvalenze generate prima del 2023 sono tassabili, perché, secondo i giudici, all’epoca le criptovalute erano già inquadrabili come strumenti finanziari.

Il caso nasce da un contribuente che nel 2018 aveva versato il 26% sulle plusvalenze realizzate con Bitcoin. Pagamento fatto “per prudenza”, visto che la normativa era ancora aperta a interpretazioni.

Con l’arrivo della nuova cornice fiscale introdotta dalla Legge di Bilancio 2023, quel contribuente ha chiesto il rimborso sostenendo che, al tempo, non esisteva alcuna base giuridica chiara.

La decisione della Corte di Giustizia Tributaria di Bergamo

L’Agenzia delle Entrate ha respinto la richiesta e ora la Cgt – Corte di Giustizia Tributaria di Bergamo, ha confermato la posizione: quel 26% era dovuto.

È un ribaltamento che pesa. Perché per anni l’Agenzia delle Entrate ha cercato di assimilare le crypto alle valute estere, mentre molte commissioni tributarie, non solo quella di Bergamo, hanno sempre respinto questa tesi.

Oggi arriva una sentenza che certifica l’esatto contrario: le crypto avrebbero generato reddito imponibile da sempre, non per scelta politica recente, ma perché la vecchia normativa “lo prevedeva”.

Un precedente pericoloso

Il paradosso è evidente. Ci ritroviamo con un mercato che ha vissuto per un decennio in una zona grigia, senza un articolo di legge dedicato, senza basi strutturate e senza certezze. E ora rischiamo di vedere riaperti cassetti del 2016, 2017, 2018 come se il contesto normativo dell’epoca fosse limpido e lineare. Non lo era. E non lo è mai stato.

Il punto più delicato è che molti di quei guadagni oggi non esistono più. Cicli speculativi, crolli, spostamenti tra wallet, perdite successive: ricostruire la fotografia fiscale di sette o dieci anni fa è praticamente impossibile, e pretendere coerenza retroattiva in un settore privo di regole significa ignorare la realtà tecnologica e giuridica in cui quelle operazioni sono state fatte.

Il rischio è evidente: chi ha realizzato plusvalenze prima del 2023 non può considerarsi al riparo, perché l’assenza della norma non sarebbe sufficiente a escludere l’imposta. È esattamente l’opposto di quello che un sistema fiscale moderno dovrebbe garantire.

A questo punto rimane una sola sede in grado di riportare ordine: la Corte Costituzionale. Sarà lei a stabilire se questa interpretazione può reggere o se il principio di certezza del diritto vale qualcosa anche nel mondo crypto.

Finché non arriverà quel giudizio, il “caso Bergamo” resta un segnale forte: la partita sulla tassazione delle crypto non è affatto chiusa. E il passato, in Italia, non smette mai di tornare.

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