Dietro l’utilità delle crypto si nascondono vecchi schemi
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Dopo anni in cui la cultura del “numero in crescita” ha dominato il settore, ora l’industria delle criptovalute ha trovato una nuova religione: i progetti fanno a gara per dimostrare di offrire una “utilità reale”.
Ogni nuovo progetto, adesso, viene presentato puntualizzando che “l’era della speculazione è finita”. Con estrema serietà, quindi, viene sgranato il rosario delle metriche: il numero di utenti attivi giornalieri, i volumi delle transazioni e le percentuali di adozione autentica.
Ma ecco la scomoda verità: il settore non ha abbandonato affatto il suo vecchio copione. Ha semplicemente sviluppato modi più sofisticati per manipolare i numeri.
La grande migrazione delle metriche
Entrate oggi in qualsiasi conversazione sul finanziamento del Web3 e sentirete i fondatori snocciolare statistiche impressionanti:
“Stiamo effettuando 4 milioni di transazioni al giorno” – “Il nostro DAU ha appena raggiunto 1,2 milioni”.
Il linguaggio è passato dalle promesse speculative alle prove basate sui dati, mostrando una maturità e una legittimità che spesso, però, sono soltanto apparenti.
Infatti, il problema e che la maggior parte di questi numeri sono vuoti quanto le metriche di capitalizzazione di mercato che avrebbero dovuto sostituire.
Di recente Chainalysis, la nota società di analisi blockchain leader del settore, ha condotto un’indagine che ha rivelato la portata di questo inganno. Solo nel 2024, i ricercatori hanno identificato circa 2,57 miliardi di dollari in attività sospette di wash trading nei principali exchange decentralizzati. Un singolo indirizzo ha avviato più di 54.000 transazioni di acquisto e vendita di importi quasi identici, non per generare profitti, ma per creare l’apparenza di attività.
Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che, in media, un singolo master wallet controllava altri 183 wallet circa e, in alcuni casi, gli operatori ne gestivano decine di migliaia. Queste reti di wallet interconnessi possono far sembrare un singolo operatore come un’intera comunità di utenti.
Quando una manciata di individui diventa in grado generare l’illusione di un’adozione diffusa, sorge una domanda scomoda: cosa significa davvero “adozione”?

L’economia degli airdrop e il miraggio del coinvolgimento
Il fenomeno dell’airdrop farming ha accelerato questo problema. I progetti vantano un numero enorme di utenti senza riconoscere che la maggior parte della loro “comunità” è composta da mercenari che cercano token gratuiti su dozzine di protocolli contemporaneamente.
Basta fermarsi a considerare i numeri: secondo i dati del settore, oltre il 52,7% di tutte le criptovalute mai quotate sulle principali piattaforme di monitoraggio hanno già fallito, e la maggior parte di questi crolli sono avvenuti nel 2024 e all’inizio del 2025.
Solo nel primo trimestre del 2025, infatti, sono scomparsi più di 1,8 milioni di token, evidenziando l’enorme quantità di progetti che spariscono poco dopo il lancio, una volta che l’entusiasmo iniziale e gli airdrop si placano.
Questa non è adozione. È una città fantasma digitale animata dai bot.
I progetti celebrano milioni di transazioni senza porsi la scomoda domanda:
“Quante di queste interazioni avverrebbero se eliminassimo l’incentivo dei token?”.
La risposta, nella maggior parte dei casi, è vicina allo zero. Eppure queste metriche vanitose vengono inserite nei pitch deck e utilizzate per giustificare valutazioni a nove cifre.
I segnali di allarme che nessuno vuole vedere
I segnali di allarme dell’utility theater sono coerenti:
- Modelli di transazione sospetti. Quando il 90% del volume proviene da account che interagiscono con il protocollo solo il minimo necessario per qualificarsi per i premi, non si hanno utenti, ma un sistema di punti gamificato.
- Metriche guidate dai bot. I servizi vendono apertamente volumi di trading falsi, con i bot che generano decine di migliaia di dollari in attività artificiali entro 24 ore. In un caso documentato, i bot acquistati hanno creato 39.723 dollari di volume falso per un token, rappresentando il 43% della sua attività di trading totale su Uniswap in diversi giorni.
- Tutto basato sui token. Se la vostra “utilità” richiede agli utenti di detenere, mettere in staking o spendere il vostro token per le funzionalità di base, non state risolvendo un problema, ma creando una domanda artificiale.
- Metriche che scompaiono dopo l’airdrop. Lo studio di Chainalysis ha rilevato che i presunti schemi di pump-and-dump in genere abbandonano i token in media entro sei giorni, con il 94% di questi schemi eseguiti dagli stessi indirizzi che hanno distribuito i pool di liquidità.
Come si presenta realmente l’utilità reale
L’utilità reale nelle criptovalute non richiede un meccanismo token elaborato per funzionare. Risolve un problema concreto che gli utenti sono disposti a pagare per affrontare, token o meno. La proposta di valore è indipendente dall’apprezzamento speculativo.
L’utilità reale genera entrate dalla fornitura effettiva di servizi, non dalla vendita di token al prossimo acquirente. Attira gli utenti che rimangono anche dopo che gli incentivi si esauriscono. Crea un valore misurabile che può essere verificato senza fare affidamento su metriche on-chain facilmente manipolabili.
Il livello dell’infrastruttura non ha risolto questo problema, ma ne è diventato parte integrante. Gli strumenti creati per misurare il “valore reale” spesso creano solo nuove opportunità per manipolare il sistema. Quando la misurazione stessa diventa tokenizzata e incentivata, abbiamo semplicemente aggiunto un altro livello al gioco delle tre carte.
Il momento della resa dei conti a cui nessuno è preparato
Detto in tutta onestà: la fretta del settore di rinominarsi “utility-driven” non è affatto mirata alla creazione di prodotti utili, ma all’attrazione di una nuova ondata di investitori, stanchi di promesse vuote.
Dopo diversi cicli di boom e recessione e un intensificarsi dei controlli normativi, i fondatori hanno capito che avevano bisogno di storie migliori. Così hanno preso in prestito il linguaggio della tecnologia tradizionale, utilizzando acronimi come Daily Active Users (DAU), e termini come retention ed engagement, applicandoli a un ecosistema che fondamentalmente è ancora basato sulla speculazione.
La tragedia è che questo cambiamento avrebbe potuto rappresentare un vero progresso. La tecnologia blockchain consente infatti applicazioni davvero innovative, ma vestendo le stesse dinamiche speculative con gli abiti delle metriche di utilità, il settore ha sprecato l’opportunità di costruire qualcosa di legittimo.
Prima o poi arriva sempre il momento in cui la musica si ferma e, quando accade, i progetti vengono giudicati non in base al numero di transazioni o al numero di DAU, ma con la risposta a una semplice domanda:
“Qualcuno userebbe questo progetto se il valore del token correlato fosse pari a zero?”.
Per la stragrande maggioranza dei progetti odierni “basati sull’utilità”, la risposta è no. E tutti coloro che operano in questo settore lo sanno.
In questo caso, i vestiti nuovi dell’imperatore sono fatti di contratti intelligenti, ma lui rimane ancora nudo.
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