Tasse crypto al 26%: emendamento rinvia l’aumento al 2027
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Un emendamento al decreto Milleproroghe, presumibilmente inserito durante l’esame parlamentare, punta a rinviare al 2027 l’aumento della tassazione sulle plusvalenze crypto dal 26% al 33%. La notizia arriva mentre Bitcoin scambia intorno a 95.000$, in rialzo dell’1,8% nelle ultime 24 ore e +12% su base settimanale, con volumi globali superiori a 38 miliardi di dollari. Il tema fiscale si inserisce in una fase di consolidamento del mercato crypto europeo, tra l’entrata in vigore del MiCA e l’attenzione crescente delle autorità italiane.
Cosa prevede l’emendamento e perché conta
L’emendamento, firmato dal deputato Giulio Centemero, mira a posticipare di due anni l’aliquota del 33% introdotta con la Legge di Bilancio, mantenendo nel frattempo il regime del 26% sulle operazioni spot. In termini pratici, un investitore che realizza 10.000€ di plusvalenze continuerebbe a pagare 2.600€ di imposte invece di 3.300€, una differenza rilevante per chi opera attivamente su Bitcoin ed Ethereum.
Il punto chiave è la certezza normativa: al 27 gennaio 2026, molti investitori italiani non conoscono ancora con chiarezza l’aliquota futura applicabile. Questo elemento pesa sulle decisioni di portafoglio, soprattutto se confrontato con altri strumenti finanziari già tassati al 26%.
Implicazioni per il mercato e per l’Italia crypto
Secondo stime di Banca d’Italia, circa 1,2 milioni di italiani detengono criptovalute, con un gettito fiscale annuo vicino ai 500 milioni di euro. Rinviare l’aumento al 2027 ridurrebbe il rischio di disincentivare l’operatività domestica, in un contesto in cui il MiCA armonizza le regole UE ma lascia la fiscalità in mano ai singoli Stati.
Per il mercato, la notizia ha un impatto più psicologico che immediato sui prezzi, ma contribuisce a sostenere la narrativa di Bitcoin come asset sempre più integrato nel sistema finanziario. Dal punto di vista tecnico, BTC resta sopra la media mobile a 50 giorni a 91.200$, con RSI a 58 su base giornaliera, segnale di momentum positivo ma non in ipercomprato.
La questione fiscale si affianca a un quadro regolatorio più ampio, che include i primi interventi delle autorità di vigilanza. Un esempio è il recente caso di regolamentazione italiana crypto, che mostra come l’applicazione del MiCA stia diventando concreta anche in Italia.
Rischi, contro-argomenti e scenario macro
Il principale rischio è politico: non è scontato che l’emendamento raccolga una maggioranza trasversale. In assenza di approvazione, l’aliquota al 33% resterebbe in vigore già dal 2026, comprimendo i rendimenti netti in una fase in cui Bitcoin resta volatile, con supporto chiave a 88.000$ e resistenza a 98.500$.
A livello macro, un eventuale taglio dei tassi Fed nella seconda metà del 2026 potrebbe favorire asset risk-on come le crypto, ma una tassazione più elevata in Italia ridurrebbe il beneficio per i retail domestici. È qui che il dibattito fiscale diventa un fattore competitivo tra giurisdizioni europee.
In sintesi, il possibile rinvio dell’aumento al 2027 non cambia i fondamentali di Bitcoin, ma incide direttamente sull’attrattività dell’investimento per i residenti italiani. Nei prossimi mesi, la combinazione tra prezzi elevati, regole MiCA e decisioni fiscali nazionali sarà decisiva per capire se l’Italia riuscirà a trattenere capitali crypto o rischierà di vederli migrare altrove.
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